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Simone Benedetto

Simone Benedetto

Molti animali

iniziano il loro lavoro

prima che nasca il sole.

Penso ai ragni, ai poeti,

ai fornai.

 

(Franco Arminio, Resteranno i canti)

 

Le opere di Simone Benedetto (Torino, 1985) rappresentano un immaginario che lega a sé archetipi apparentemente semplici quali il gioco, l’infanzia, la guerra e gli sconvolgimenti sociali. Se nelle precedenti installazioni si stendeva il manto del macro-argomento del progresso tecnologico incontrollato e di come quest’ultimo abbia modificato la semiotica e i rapporti interpersonali (in particolare dalla nascita dei social network in poi), nella serie di opere di Animal Soul la sostanza si rinnova e germoglia inedita: le sculture, dalla fisionomia immediatamente leggibile, simboleggiano una metamorfosi che è soprattutto psicologica, legata allo sviluppo della personalità e alla libera espressione dell’indole tipica dell’infanzia.

Uno stato di oscillazione pervade le opere: da una parte, si denuncia la condizione dell’individuo che, immerso nell’abisso e nel flusso dell’attualità, si estrania e si stringe in se stesso, lasciando emergere il miraggio dei propri desideri – le bolle di ceramica sono delicate ma torbide; rilucenti ma incastonate nei corpi – dall’altra, un barlume di speranza ispira una lettura che affonda le sue radici nel mito collettivo e nella perfetta primigenia aderenza tra stato naturale, condizione sociale e formazione culturale.

L’atmosfera giocosa non è che una lente di ingrandimento sulle istanze più intime dell’umanità: un’estroflessione che parte dal punto di vista privilegiato dell’artista e arriva al compimento scultoreo con una naturalezza disarmante – in tal senso, le opere di Benedetto sono opere classiche che si comportano da distopie; o viceversa, sono rapporti onirici che si atteggiano ad accostamenti realistici, con compiuta bilanciata equivalenza.

Federica Maria Giallombardo